218 a.C. · Fiume Trebbia, Italia
La prima grande vittoria di Annibale in Italia: all’alba attirò un esercito romano oltre la Trebbia gelata, poi lo schiacciò con una forza nascosta al comando del fratello Magone.
Alla fine del 218 a.C. Annibale aveva fatto ciò che Roma riteneva impossibile: aveva condotto un esercito cartaginese fuori dalla Spagna, oltre i Pirenei e attraverso le Alpi, giù fino alla pianura padana, con gli uomini stremati e gli elefanti e i cavalli assai ridotti di numero. La seconda guerra punica durava da pochi mesi e si combatteva già in Italia, non in Spagna o in Africa, dove Roma aveva inteso combatterla.
Il console Tiberio Sempronio Longo fu richiamato dalla Sicilia, dove preparava un’invasione dell’Africa, e si unì a Publio Cornelio Scipione presso la Trebbia, un affluente del Po. Scipione, ferito poco prima in uno scontro di cavalleria al Ticino, era per l’attesa. Sempronio, il cui anno di consolato volgeva al termine, voleva la battaglia.
Annibale aveva capito entrambi, aveva già staccato da Roma le tribù galliche della regione e scelse lui stesso il terreno.
In una fredda mattina di dicembre Annibale mandò la cavalleria numida a molestare il campo romano e poi a ripiegare. Sempronio abboccò e mise in campo l’esercito a digiuno, senza attendere che la giornata si scaldasse, facendogli guadare la Trebbia gelida, che era in piena.
I Romani uscirono dall’acqua bagnati, infreddoliti e intirizziti, e si schierarono contro una linea cartaginese che aveva mangiato e si era scaldata ai fuochi. Cavalleria ed elefanti premettero sulle ali romane mentre la fanteria teneva il centro.
Il colpo decisivo era stato predisposto la notte prima: Magone, fratello di Annibale, stava nascosto con un reparto scelto nel terreno accidentato lungo un corso d’acqua e colpì le retrovie romane quando le linee furono del tutto impegnate. L’esercito romano si spezzò. Il suo centro, circa diecimila uomini, si aprì la strada dritto attraverso la linea cartaginese e raggiunse Piacenza; la maggior parte degli altri non ci riuscì.
La Trebbia fu il primo dei tre disastri che aprirono la guerra in Italia, e ne fissò lo schema: Annibale sceglie il terreno, provoca lo scontro alle sue condizioni e usa truppe nascoste e cavalleria contro un avversario più pesante ma meno flessibile.
Costò a Roma un esercito e, in modo più duraturo, il nord gallico. Tribù fino ad allora indecise passarono dalla sua parte dopo la vittoria, dando ad Annibale gli uomini e il territorio di cui aveva bisogno per restare in Italia. Seguirono il lago Trasimeno nel 217 e Canne nel 216.
Lo scenario è costruito attorno a ciò su cui la battaglia si decise davvero: una forza romana forte nello scontro frontale ma che parte in svantaggio, e una forza cartaginese il cui punto di forza è ciò che ha tenuto nascosto. Si possono giocare entrambe le parti, perché il problema è interessante da tutti e due i lati del tavolo: Roma deve arrivare a una decisione prima che la trappola si chiuda, Cartagine deve tenerla chiusa.
Vale la pena tenere distinto ciò che è storia da ciò che è gioco. I comandanti, gli schieramenti, il fiume e l’imboscata sono storici. L’insieme delle carte, l’economia dell’energia, la struttura dei turni e gli effetti delle singole carte sono il linguaggio proprio del gioco, scelto perché una partita duri pochi minuti e resti leggibile, non un’affermazione su come fu combattuta la battaglia.